Neuroestetica: l’etica della bellezza come ponte per il trascendente

Marcella di Martino per Remind: “Roma Capitale del Turismo, della Cultura, dell’ Economia & dell’Immobiliare Sostenibili” – 21 marzo 2022

Il mio discorso verte sull’importanza della cultura e in particolare della bellezza come elemento in grado non solo di “civilizzare”, ma che può essere una fonte endogena di benessere per le persone, e quindi costituire un elemento da tenere in considerazione per una società più “bella”.

Esiste branca delle neuroscienze detta neuroestetica, che è nata negli anni ‘90 grazie a Semir Zeki, neurofisiologo dell’università di Londra.

La neuroestetica riprende in realtà già alcune cose che aveva messo in luce Kandinskij. Quest’ultimo aveva evidenziato quanto l’arte fosse in grado veramente di creare una connessione con la nostra parte sottile, con la nostra parte animica: quella parte di percezioni di qualcosa che è oltre che si accende anche attraverso la bellezza. Kandinskij aveva scritto nel 1910 un testo sullo spirituale e l’arte. Lui è stato uno dei primi a inaugurare il genere dell’arte astratta, e lui diceva che lo sguardo di un osservatore che osserva un’opera d’arte astratta va necessariamente oltre ciò che vede. Ci vuole un nuovo tipo di osservazione, perché nell’arte astratta quello che passa sono i simboli sottili, quello che l’artista esprime non tanto attraverso le forme, ma con ciò che attraverso le forme si esprime, ossia attraverso l’ineffabile.

L’arte ha il grande il potere di collegarci a questa essenza: noi siamo un piedino nell’esistenza e un piedino nella sopravvivenza, siamo in questo mondo ma non siamo di questo mondo, e quindi è proprio sul crinale tra queste due nature che si gioca la felicità per l’essere umano, ossia essere corporei ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di trascendenza, abbiamo bisogno di spiritualità, non di spiritualismo.
E nulla più dell’arte conduce allo spirito perché, quando noi siamo in contemplazione di un’opera d’arte, quindi non quando noi la vediamo velocemente, ma quando ci fermiamo e apriamo la nostra percezione in modo che si attivino le risonanze, attraverso i neuroni specchio, nel nostro cervello si creano dei network di piacere.
Il neuroimaging, infatti, dimostra che si attivano le aree cerebrali del piacere e della ricompensa. Quindi, quando si dice “la bellezza è una promessa di felicità”, celebre frase di Baudelaire, è proprio così, ma non perché chissà che cosa deve arrivare dall’esterno, ma semplicemente perché in quel momento quando già sei in grado di attivare le risonanze e di entrare in connessione con l’opera d’arte, affidandoti ad un ascolto interiore e non sono ad una lettura banale dell’opera d’arte (questo lo dico anche da storico dell’arte, quindi lo dico come insegnante di meditazione, come coach, ma anche da esperta d’arte), quando sei in grado di leggere ciò che è oltre, di captare la parte magica, si attiva un network cerebrale che produce dopamina, serotonina, ossitocina: tutti i neurotrasmettitori del piacere.
Il punto da valorizzare secondo me è l’educazione del cittadino all’arte, nel modo di osservare, di fare esperienza del bello, del permettersi di entrare in risonanza attraverso questo diverso sguardo, che quindi possa realmente dare un’esperienza di piacere.

In questo momento c’è un bisogno disperato, secondo me, di recuperare il piacere, la relazione con il tutto, la connessione, e in questo l’arte può essere veramente uno degli strumenti privilegiati per andare in questa direzione.

Era bellissima l’immagine dei musicisti che si danno una mano tutti insieme e sono solidali tra di loro al di là delle nazionalità, al di là dell’età, a maggior ragione in questo periodo particolare e molto spiacevole che stiamo vivendo, ma che magari può essere veramente l’occasione per mettere in campo qualcosa di nuovo, per andare oltre l’individualismo della nostra società.

E il sistema nervoso nella sua funzionalità più matura ed evoluta vede proprio al centro la relazione, la connessione, come dimostra la teoria polivagale di Porges: per superare un trauma in maniera resiliente occorre la relazione e il senso di connessione. Per superare un trauma in maniera resiliente occorre andare oltre l’individualismo e osservare il mondo dalla coscienza del cuore, e il cuore è legato alla bellezza.

Noi siamo tutti interconnessi e questa non è una frase fatta, ma lo dimostrano anche tutti gli studi sulla coscienza che siamo una realtà di frattali. Ci sono regole e formule matematiche che regolano ciò che anima questo mondo, e tutto è in relazione: quello che dentro è un riflesso di ciò che c’è fuori e viceversa, come dicevano già gli antichi alchimisti.

Allora iniziando a coltivare una bellezza endogena, che sia dentro di noi, ognuno a modo proprio, nei propri gesti, nel modo il proprio modo di rapportarsi agli altri e di rispondere al vicino di casa, al marito, alla persona che si incontra per strada, coltivando proprio un’etica della bellezza possiamo veramente iniziare a fare qualcosa perché noi non siamo staccati da tutto: come si dice, il mare è in ogni goccia, non è che la goccia è solo una goccia del mare. Quindi tutto è riflesso in noi sotto forma di frattali e noi possiamo esprimere il tutto, quindi l’arte può diventare veramente una porta per aprire queste corrispondenze e anche per ritrovare quello spirito di trascendenza di cui abbiamo bisogno, quelle intercapedini di silenzio, dove ascoltare ad esempio una musica e porsi in modalità ricettiva.
Io ogni tanto ho l’esigenza e l’abitudine di ascoltare la musica in modalità ricettiva, stando attenta alle risonanze, spengo la mente e permetto alle note di vibrare dentro, nell’anima, proprio come consigliava Kandinskij.

Si è visto che questo cura anche dal punto di vista medico alcune patologie, e quindi l’arte con la sinestesia viene utilizzata in alcuni centri medici a sostegno di altre cure. Il recupero della bellezza, del godimento di ciò che c’è e del modo diverso di interagire con ciò che di bello ci circonda, è un modo per creare la connessione, perché quello che ci colpisce nell’arte è l’alternanza. Pensiamo, ad esempio, a Caravaggio, a quel buio scuro, quell’oscurità densa e poi quella luce che illumina come un fascio preciso e rivela umanità: ecco, il ritmo che dovrebbe essere il ritmo della vita. Allora l’arte è una porta per un’esperienza trascendente, anche attraverso la musica: pensiamo a quanto siano importanti le pause e i silenzi quando si ascolta una sinfonia. Sappiamo che grandi cantanti come la Callas studiavano tantissimo il silenzio, quindi è importante recuperare quel senso del ritmo, dell’altalena tra questo mondo e il mondo dell’incanto, che è fondamentale per sviluppare la resilienza e la connessione, e può essere l’occasione per sfruttare questo momento per portare qualcosa di nuovo, qualcosa di più mistico che è parte di noi, per la nostra vera natura

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