La pazienza: un’alleata speciale per promuovere i cambiamenti

“La fretta è cattiva consigliera”. Quante volte in passato ho ripetuto questa frase come un mantra fra me e me, quando riconoscevo di volere tutto e subito, e, se questo non accadeva, la mia parte giudicante ed impaziente scattava subito in prima linea.

Negli anni ho sviluppato la capacità di saper aspettare, di lasciare che gli eventi, le situazioni, svolgessero il loro corso. Ho imparato a comprendere il valore di una sana attesa.

Quando si parla di trasformazione personale, il volere tutto e subito è qualcosa a cui bisogna necessariamente rinunciare sin dall’inizio.

Il cambiamento viene da dentro, e richiede un tempo per la maturazione: è come un fiore che non può sbocciare se i tempi non sono quelli della fioritura. Le leggi della natura sono diverse dalle leggi della mente, e il cambiamento dentro di noi avviene in maniera armonica, tutto interagisce all’unisono. Avviene quando è il momento giusto.

Possiamo scegliere se vivere il tempo verso la nostra fioritura come una attesa nevrotica e demoralizzante, in cui ci colpevolizziamo, come se il nostro inconscio potesse rispondere a dei comandi istantanei, come se bastasse accendere un interruttore, oppure se iniziare ad avere fiducia che il cambiamento avverrà, e vedere ogni singolo step come un tassello significativo verso il raggiungimento di ciò che desideriamo. È la tensione creativa che ci fa sentire vivi, anche in questo caso.

Inoltre, nel Tao si parla del potere dell’estraneità: più ci sintonizziamo a livello emotivo ed energetico su uno stato di mancanza, di privazione, e più questo agirà come un boomerang, rendendo sempre più difficile la manifestazione del cambiamento desiderato. Lo sanno bene le persone che praticano il Transurfing.

È a noi la scelta. Quando scatta in automatico la nostra parte giudicante, già il semplice fatto di porci come osservatori esterni e di riconoscerlo, ci consente di posizionarci su una posizione alternativa rispetto agli eventi, restituendoci istantaneamente un potere diverso sulla realtà.

Per affrontare al meglio un cambiamento, la qualità regina da sviluppare, a mio parere, è la pazienza: diceva significativamente Jean-Jacques Rousseau “La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce”.

Non a caso l’etimologia della parola pazienza è collegata al latino pati, che significa soffrire. Bisogna saper soffrire per arrivare alla gioia: in questo è illuminante il mito di Ulisse. Lui vuole tornare a tutti i costi a Itaca, e sa soffrire, rinunciando alle tentazioni di Circe, delle sirene, delle ninfe, e rimanendo sempre concentrato e determinato sul suo scopo.

Nella pazienza, infatti, ci sono la presenza, la centratura, la capacità di mantenere vivo il fuoco delle nostre passioni.

Per Bachelard la pazienza è come un canto sotterraneo: sotto la pazienza vive in realtà una passione calma, che scorre come un fiume sotterraneo. Chi è paziente non disperde mai le sue energie, ma rimane centrato sulla direzione, come se fosse in uno stato di meditazione o di presenza attiva.

Nella pazienza vive la capacità di guardare a lungo termine, la lungimiranza: io sono in grado di restare fermo e centrato, perché so che sarò in grado di muovermi in un secondo momento, quando le congiunture saranno giuste per me.

La pazienza implica anche il saper guardare in faccia alla realtà delle cose, capire la co-responsabilità di quello che accade, in tutto quello che riguarda il nostro modo di porci.

Chi è paziente non vive i suoi step intermedi come una sconfitta, ma riconoscendo di essere animato da un fuoco, da una passione, da un desiderio, che è come il fuoco che arde sotto le braci. So che quel fuoco, fatto di rabbia, di resistenza, di desiderio, altro non è che il motore della mia trasformazione. Come il roveto ardente, che continua ad ardere ma non si secca mai, è un fuoco che si rinnova.

Il mercante Kamaswami chiede a Siddharta: “E che cos’è che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare?”

e lui risponde: “Io so pensare. So aspettare. So digiunare”.

Bisogna saper pensare, nel senso di allineare la nostra mente inconscia ai nostri desideri, perché è saper ascoltare e capire il nostro “rumore di fondo” che permette di utilizzare al meglio il potere delle convinzioni. È più importante ascoltare l’eco che ascoltare i pensieri della mente lineare, perché è la mente inconscia quella che ci direziona. Allo stesso tempo bisogna essere consapevoli che è necessario un tempo perché le cose si manifestino, e saper vivere anche lo stato di quel vuoto generativo che altro non è che spazio per il nuovo.

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